anni novanta: un pò di nostalgia!

Leggendo quest’articolo mi sono commossa.
Infatti, mi ricorda quando da ventenne, anche io con i miei amici, con il mio gruppo, cercavamo di fare ciò che era nelle nostre intenzioni più pure, più vere, ovvero realizzare le nostre passioni; si, il gruppo, il gruppo degli amanti dell’arte, dal teatro, della video art, della musica, della poesia. Era l’inizio del circuito artistico dei giovani artisti italiani, in cui io partecipavo ed andavo in tour nelle gallerie d’arte contemporanea italiane con le mie video art, coinvolgendo la mia isola, i miei amici, le giovani anime, fervide e piene di sogni. Eravamo un gruppo. C’incontravamo in una casa ad ortigia, ai tempi casa mia, quando ancora ortigia era fatiscente nella sua bellezza primitiva ed antica; casa mia era un punto di riferimento assai vivace per i brainstorming del nostro gruppo, in una terrazza di fronte al mare di ponente, a vagheggiare palazzi da rilevare per fondare il Centro delle Arti Visive a Siracusa.
Bei tempi quelli, quando i sogni erano la nostra realtà, quando i sogni erano l’input del nostro risveglio al mattino e la vita sembrava un’altra cosa. Quanti progetti, quante cose da fare e da dire.
Io ed alcuni amici siamo stati senza dubbio i pionieri di un movimento, allestendo per primi la galleria civica che fine anni novanta era in preda a direttori di galleria che si susseguivano a piacimento.
Ricordo ancora la performance all'istituto d'igiene mentale con i ragazzi delle case alloggio e quella sui rituali degli indiani d’america in sinergia con i video sullo schermo! Eh si, perché io in quel periodo ero la videomaker del gruppo, quella che girava sempre con la videocamera in spalla e filmava tutto.
Quanti video sulla decadente ortigia, su ciò che succedeva dentro l’isola, gli eventi, i non eventi, oppure semplicemente filmare ‘un giorno ad ortigia’ o ‘i ragazzi della scuola ortigia’ ,
per poi metterle in mostra sulle emittenti televisive locali perché la gente aveva paura di ortigia e bisognava
cambiare
le idee.
Eh si, cambiare le idee!Questo era il nostro obiettivo. Cambiare la società, cambiare la mentalità, educare gli altri alla convivenza civica, al rispetto per la propria città, fondare il teatro ed il centro delle arti visive. In quel periodo i politici ci guardavano compiaciuti, sorridevano per i nostri intenti giovanili, ci davano speranze, erano dilettati dal nostro spirito fiducioso ed allora presentavamo i nostri progetti alla provincia, alla segreteria del politico più liberale e poi……….. puff, idee rubate, barattate per una manciata di spiccioli che per noi giovani pieni d’entusiasmo era comunque una grande gratificazione perche significava che l’idea piaceva, andava avanti e galoppava.
Per fortuna c’erano i progetti educativi, quelli si che erano belli. In quel periodo il comune era il patrocinatore ed il finanziatore di progetti di carattere culturale da presentare alle scuole. Ebbene si, potevamo propagandare le nostre idee ai più giovani, creare musica, creare drammatizzazione, creare video con i ragazzi delle scuole medie, infondere loro il senso di appartenenza e di creazione d’idee attraverso le arti.
E’ durato quel che è durato, quando un giorno, in televisione dove lavoravo come videomaker, è sparita una cassetta con la sigla del mio programma che in quel periodo andava in onda. Si chiamava ‘
Scomparve la cassetta e nessuno sapeva dove fosse finita. Quella era la mia Prima Censura.
Decisi che era meglio farne un’altra. L’intro partiva con un pezzo di Patty Smith ed era una serie d’immagini di omicidi mafiosi, con pistole, sangue e donne che piangevano. Più realista, niente satira: non ebbi problemi ma ricevetti elogi da giovani giornalisti che oggi passano inosservati e fanno il loro lavoro senza pentimento nè inganno.
Gli anni novanta, gli anni in cui avevano deciso di far fuori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, iniziava l'operazione giudiziaria 'mani pulite', si stanziavano i primi finanziamenti per il 'progetto urban' di ortigia
mentre crollava la cupola della cattedrale di Noto.
Eh si, erano belli quei tempi, quando mi veniva la pelle d’oca a sentire il nome di Peppino Impastato
E piangere di rabbia e di gioia per quel CREDERE FERVIDAMENTE mentre guardavo ‘I 100 Passi’,
per me il film più bello senza dubbio, nella storia del cinema italiano.
Gli anni novanta,
che anni ragazzi!
E adesso,
Guardateli. Cito da Repubblica. It
“ Erano l’Armata Brancaleone della satira italiana, vivevano gli anni di piombo e crearono l’irripetibile fenomeno editoriale che diede sfogo all’ala creativa del movimento del ’77. Il loro gioco si chiamava Il Male, era un giornale, ma soprattutto era uno spassoso oltraggio ai potenti che ora Rizzoli celebra con il libro Il Male. 1978-1982. i cinque anni che cambiarono la satira,
Eravamo un gruppo», ricorda il vicedirettore Angelo Pasquini, «ci chiamavano i “ragazzi del Male” perché eravamo giovani e scatenati. La maggioranza non av
ELOGIO AL SUB COMANDANTE MARCOS

- ALLA FACCIA DEI PROGRESSISTI DI SINISTRA O DI QUELLI CHE SI DEFINISCONO
NO- GLOBAL MA CHE DI NO-GLOBAL NON HANNO CAPITO
La verità, come Marcos stesso delinea nel suo ultimo libro e che da anni è ormai il suo cavallo di battaglia,
è
DEI VALORI E DEI DIRITTI DELLE COMUNITà Più ANTICHE.
Infatti é solo attraverso la memoria
CHE SI VA AVANTI
E NON ACCONDISCENDENDO AI MALI DI UN OCCIDENTE
BALORDO E VIOLENTO!!!!! -
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L'11 marzo 2001 una marea umana accompagnava un carro tirato da buoi….sopra vi era
A capo della Comandancia vi è il SubComandante Marcos, un giovane intellettuale di città convertito alla cultura indigena: è un bianco, ma copre il suo viso con un passamontagna, percorre a cavallo le oscure selve messicane e appare nel buio, accompagnato sempre dal suo computer portatile. Colto, acuto, ironico, figlio della borghesia ha una duplice identità: la sua, sconosciuta (molti dicono sia stato un professore di filosofia e arte, ed altri, come Rosario Ibarra de Piedra, pioniera della lotta per i diritti umani in Messico, dicono di vedere in lui Jesùs Piedra Ibarra, desaparecido politico); l'altra, quella di un guerrigliero al servizio di un popolo oppresso.
Ha nel nome un ruolo, quello di subcomandante di un esercito che, armato soprattutto di internet e della ultracentenaria pazienza india, lotta per ridare vita e dignità alle popolazioni precolombiane del Messico.
Il suo è il ritratto di chi, "comandando ubbidendo" , si è messo al servizio dei perdenti della Terra, dei dimenticati, dei non riconosciuti che, stanchi, ma non più disperati, hanno imparato a non arrendersi mai, a nessuna condizione.
A partire dal XVI secolo, i popoli indigeni hanno subito una sistematica campagna di "riduzione" (Reducciòn indigena) che dura fino ai nostri giorni. La reducciòn consiste nel costringerli ad abbandonare i loro villaggi, per aggrupparli in altri più grandi e più controllabili da parte del potere, in modo che perdano la loro lingua e cultura.
Tuttavia essi hanno conservato la loro identità nonostante gli oltre cinquecento anni vissuti sotto ogni genere di sopraffazione. Lo storico Jan de Vos dice che gli indios del Chiapas "continuano a formare un settore distaccato dalla rimanente società chiapaneca perché convinti di essere figli della madre Terra, per il loro orgoglio di appartenere a una comunità etnica unica al mondo e per la perseveranza nel parlare le loro antiche lingue e conservare le usanze ancestrali". Questa perseveranza è la resistenza indigena, in molti casi velata, che sfocia in altri in sollevazioni armate o in spostamenti in luoghi disabitati, fuori dal controllo del potere.
da www.spazioinwind.libero.it/america_latina